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Uxoricida incastrato dai dati rilevati dal fitness tracker della moglie uccisa

Un caso che potrebbe aprire una nuova pagina nel mondo della giurisprudenza. I giudici potrebbe d’ora in poi “ascoltare” come testimone un braccialetto per il conteggio dei passi e del sonno. E’ quanto accaduto nel Connecticut dove la Corte di Ellington ha deciso di prendere in considerazione i dati rilevati da un fitness tracker FitBit e di porli come prova per accusare un marito di omicidio nei confronti della propria moglie. L’alibi, a causa proprio dei dati del FitBit, non ha retto soprattutto dopo aver incrociato le rilevazioni del fitness tracker con le dichiarazioni fatte dall’accusato.

Richard Dabate, questo il nome del killer nonché marito della donna morta, aveva dichiarato alla polizia che il giorno dell’assassinio qualcuno si era introdotto in casa, indossando una maschera e aveva cercato di ottenere del denaro, legandolo ad una sedia e sparando poi alla moglie Connie. Quello che risulta alla polizia grazie ai dati del wearable è invece tutt’altra storia. Analizzando, infatti, il numero di passi giornalieri effettuati dalla moglie di Dabate si è capito che la donna si sarebbe mossa per oltre un’ora dopo l’orario dichiarato dal marito come momento della rapina. Il FitBit di Connie ha infatti registrato movimenti fino alle 10.05 mentre secondo il marito la sua uccisione sarebbe avvenuta alle 9 del mattino e dunque oltre un’ora prima. Oltretutto il numero dei passi effettuati dalla donna non coincide con quanto dichiarato in fase di interrogatorio proprio dal marito che risulta essere quindi il principale indagato.

In questo caso le autorità hanno subito sequestrato il FitBit che dunque risulta essere uno dei maggiori testimoni dell’uccisione di Connie. Non è la prima volta che viene utilizzato un accessorio tecnologico come testimone in un processo o in una causa. E’ capitato, sempre negli USA, che l’altoparlante Amazon Echo fosse rimasto protagonista di un omicidio. In questo caso i rumori e i suoni registrati sono stati utilizzati contro l’alibi di un giovane americano accusato di aver strangolato il collega durante una serata nel novembre 2015.

E’ chiaro che gli accessori tecnologici in questo caso possono aiutare la giustizia ma è altresì chiaro che la disputa sull’accesso ai dati degli stessi sia ancora una questione aperta e soprattutto di difficile soluzione. Sappiamo bene come Apple abbia rifiutato di decriptare un iPhone posseduto al killer della strage di San Bernardino del dicembre 2015 mantenendo attiva la tutela della privacy del proprio utente. In quel caso l’FBI dovette ricorrere a professionisti esterni ma di fatto l’azienda di Cupertino riuscì nel suo intento non aiutando le autorità e difendendo in qualche modo i propri consumatori. (fonte)

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