Facebook, vecchie e nuove bufale

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Ecco perché hanno successo (e non scompariranno mai) le bufale, dalle autocertificazioni per proteggere la privacy ai copia-e-incolla per non pagare il servizio. Tornano alla ribalta le più strampalate catene di Sant’Antonio in versione social. 

Ci risiamo. Puntuale come la stagione dei monsoni, è tornata quella delle auto-certificazioni su Facebook. I messaggi in cui “oggi, 3 ottobre 2015, io dichiaro solennemente che in base allo Statuto di Roma, alla legge UCC 1-308 1-308 1-103 e all’Editto Imperiale del Grande Puffo, tutti gli status, i selfie e i gattini che pubblico su Facebook sono miei, solo miei, nient’altro che miei”. Bufale d’annata, che circolano da tempo immemore ma che periodicamente tornano a galla, sospinte da qualche nuova corrente social. Il fenomeno è globale, come testimonia il video diffuso mercoledì (proprio su Facebook) da John Oliver, in cui il comico televisivo – britannico trapiantato negli USA – spiega al pubblico che scrivere e condividere messaggi del genere non serve assolutamente a proteggere la privacy e il copyright dei propri dati. L’unica soluzione efficace è condividere il suo video, come chiaramente indicato dal “Social Media Act Profile del 1934”.

Condividere per salvarsi

Le cosiddette “Facebook Hoaxes” (“le bufale di Facebook”) sono una realtà del social network. Concreta e multiforme, come dimostra l’altro messaggio farlocco in heavy rotation nelle ultime settimane, quello in cui si annuncia la peggior catastrofe che l’utente social potrebbe mai immaginare: Facebook a pagamento. Come evitarla? Semplice, condividendo il messaggio. Anzi, no, in questo caso è richiesto uno sforzo maggiore: copiare e incollare il testo sulla propria bacheca. Non proprio il passaggio più agevole e immediato, soprattutto via smartphone, ma si sa: la salvezza richiede bene un sacrificio. E pazienza se, rivela il segugio anti-bufale Snopes, questa storia di Facebook a pagamento circola ormai dal 2009, seguendo un percorso evolutivo a suo modo affascinante: il prezzo si è gradualmente adattato all’inflazione e la sostituzione di “condividi” con “copia-e-incolla” è probabilmente il tentativo di aggirare i meccanismi anti-bufale che il social network ha iniziato a sviluppare negli ultimi anni.

In buona fede

Ma come è possibile che messaggi del genere continuino a circolare, nonostante siano stati sbugiardati pubblicamente più e più volte? Il picco epidemico di questi giorni ha spinto molti giornali a rivolgersi a psicologi, sociologi, professori universitari, esperti di tecnologie e tecnofobie per ottenere qualche risposta. I fattori sono molti e mescolati tra loro spiegano perché il fenomeno sia così difficile da arginare. In parte, c’entra un fisiologico periodo di noviziato: il numero di utenti di Facebook continua ad aumentare e i nuovi arrivati non padroneggiano ancora tutti i segreti e le malizie del servizio. Non hanno mai visto la bufala e quando capita sui loro schermi, ci cascano esattamente come magari ci siamo cascati noi qualche mese o anno fa. “Non trattateli male”, è l’invito di James Grimmelmann, professore di legge alla University of Maryland sul Washington Post, “in fondo pensano solo di essere d’aiuto”.

Catene di Sant’Antonio (digitali)

Non è però tutta colpa delle ingenue matricole samaritane. Ci sono altri meccanismi che facilitano la diffusione delle hoaxes. Per esempio, quel misto di sensibilità, scetticismo e paranoia di fronte ai temi della privacy che si sta diffondendo – non senza risvolti paradossali – tra gli utenti dei social media: il timore che Facebook possa fare qualcosa di scorretto con i nostri dati sta attecchendo molto rapidamente, basta una goccia di carburante per ravvivare la fiamma. C’è poi un po’ di immancabile calcolo opportunistico. I messaggi non si limitano a stuzzicare le nostre inquietudini social, ma offrono anche una soluzione a basso costo: “Infondono paura, ma indicano una via di fuga”, spiega la psicologa Shannon Rauch a Fortune. Il ragionamento è semplice: magari sono tutte frottole, ma in fondo basta una condivisione (o un copia-e-incolla) per scacciar via il pensiero. È lo stesso filo logico seguito quindici anni fa, quando abbiamo ricevuto la madre di tutte le catene di Sant’Antonio 2.0: l’email in cui Bill Gates prometteva di darci qualche dollaro se avessimo inoltrato il suo messaggio. Non accade, ma se accade…

L’autocertificazione non serve

In effetti, sono tutte frottole. Per qualche tempo Facebook ha anche provato a smentirle, ma ormai si limita a rimandare gli utenti a guide online in cui si forniscono le informazioni base sulla privacy e sulla gestione dei dati personali all’interno del social network. Una cosa è certa: a fare testo nel nostro rapporto con l’azienda privata Facebook sono i termini di servizio che accettiamo volontariamente (di solito, senza leggerli) al momento dell’iscrizione. È vero che sono in corso tante discussioni, anche all’interno della Commissione Europea, su questioni legate alla privacy, al copyright e ad altri diritti personali nell’era dei social media, ma almeno per ora non esiste legge che dia alcun valore alle autocertificazioni e ai copia-e-incolla sulla propria bacheca. Nemmeno lo Statuto di Roma. (fonte)

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