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Il dottore batte il computer nella diagnosi di malattie

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DOLORE al braccio e alla spalla, impossibile trovare una posizione per dormire, difficile portare pesi, fare la spesa. Meglio non guidare, anche girare il volante è un problema. Sarà il caso di andare dal medico? Oppure perché non ricorrere a un symptom checker o scegliere un’app per fare la diagnosi?
I symptom checker sono sostanzialmente portali di autodiagnosi, si avvalgono di algoritmi, ai quali chiunque di noi, che viva isolato su una piattaforma petrolifera o in una capitale,  in pochi minuti può richiedere e ottenere un’indicazione. Basta una connessione internet e un pc, smartphone, tablet. Cliccando su ‘vew possible causes o su possible condition’ ecco la risposta: una lista di possibili malattie in fila, per probabilità.

Lo studio.

E’ quanto hanno fatto i ricercatori della facoltà di medicina di Harvard che hanno paragonato l’accuratezza diagnostica di 23 symptom checker tra i più utilizzati al mondo a quella di 234 medici interpellati utilizzando Human Dx, una piattaforma diagnostica per professionisti. Lo studio  è stato pubblicato sul Jama Internal Medicine.

Vincono i medici.

I risultati? Di 45 scenari clinici sottoposti a checker e a medici, i dottori hanno fornito la diagnosi corretta come prima scelta nel 72 per cento dei casi, i checker, nel 34 per cento dei casi. L’84,3 per cento dei medici ha inserito la diagnosi corretta tra le prime tre possibilità, i checker 51,2 volte su cento. Insomma, i checker sbagliano più o meno il doppio degli esseri umani e quando la condizione patologica è più seria e meno comune, lo scarto tra medico e macchina si fa più evidente a vantaggio dei medici.

I checker non hanno testa.

Ma perché sbagliano i checker ? “Le macchine non hanno testa e sensibilità, e poi le patologie sono dinamiche. La macchina, per dire, prende atto dei sintomi in un momento della vita del paziente, ma i sintomi possono variare nel tempo: un medico riesce a valutare l’evoluzione dei sintomi, la macchina no. Inoltre c’è la questione del linguaggio: il medico sa interpretare le parole del paziente, non sempre capace di esprimere il suo malessere – spiega dice Emilio Adriani, medico di medicina generale della Roma E – . La macchina può far intraprendere terapie inefficaci, anche nocive o indirizzare a specialisti non adatti. L’informatica è uno strumento utilissimo nelle mani dei medici, che i pazienti però farebbero meglio a non usare”.

Il test.

Per vedere chi vince fra camice bianco e macchina abbiamo provato a fare un test, ma siamo stati più fortunati dei ricercatori Usa. Con alla mano una diagnosi già redatta da un medico in carne ed ossa abbiamo provato a sottoporre i sintomi della tendinopatia del sovraspinoso, una infiammazione a un tendine della spalla, a tre symptom checker tra quelli più utilizzati nel mondo: tutti anglofoni e tutti tra i 23 selezionati anche dagli autori dell’indagine. Uno, Isabel, inglese, e due americani: il primo, privato webMD. Il secondo, della Majo Clinic, uno dei centri sanitari più importanti negli Stati Uniti. Tutti e tre con bollino HON Code,  una certificazione di affidabilità e di imparzialità che la Health On the Net Foundation fornisce ai siti web che trattano di medicina.

Cosa dice il computer.

Abbiamo inserito qualche sintomo: dolore al braccio e alla spalla, e difficoltà di movimento e di svolgere attività quotidiane, aggiungendo quando richiesto una lista di sintomi offerta dal sito. E il computer ha riconosciuto la tendinopatia. La diagnosi del medico è la stessa della macchina. Ma una differenza c’è: nessun sito indica la patologia come prima indicazione, ma tutti e tre  nelle prime 3 o 4. E Isabel invita a  ricorrere a un professionista in carne e ossa. Insomma anche qui il medico sembra più affidabile.

Il medico on line.

La ricerca di risposte sulle proprie malattie o disturbi in rete  è un fenomeno di proporzioni enormi. Lo fanno  50 milioni di americani. A livello globale, l’1 per cento delle ricerche effettuate su Google – 1 per cento sta per decine di milioni di query quotidiane – riguarda sintomi e malattie. Più di quattro italiani su 10 cercano informazioni on line sulla salute, e il 18,8 percento intraprende terapie sulla base delle informazioni reperite su internet senza parlarne con il medico. Cosa spinge tutta questa gente a rivolgersi alla rete per avere dati sul suo stato di salute? “In genere è l’ansia – suggerisce Eugenio Santoro, responsabile del Laboratorio di informatica medica al Mario Negri di Milano -. C’è una sorta di ipocondria diffusa, che non fa bene. E poi c’è il fatto che è  facile: le informazioni sono lì a disposizione”. . Ma aggiunge: “I risultati appena ottenuti dai ricercatori di Harvard  dovrebbero mettere al riparo i pazienti dall’uso dei checker basati sui sintomi, e anche dall’uso di Google, che è il più grande symptom checker del mondo. Ma – riprende l’esperto – occorre fare chiarezza”.

Dai checker all’intelligenza artificiale.

“I symptom checker sono strumenti informatici che registrano  solo sintomi, sulla base dei quali forniscono  indicazioni diagnostiche all’utente: che  è un paziente. Il paziente che utilizzachecker on line di questo tipo dovrebbe considerare la diagnosi come campanelli d’allarme, indicazioni da sottoporre a un medico. Questo passaggio però è poco chiaro al cittadino, che spesso bypassa il medico, col rischio di ricorrere alla automedicazione o di ignorare la reale natura del suo malessere o di entrare in una condizioni psicologica negativa di ansia”. A questo proposito va detto che tra i checker dello studio di Harvard soltanto quattro hanno sempre suggerito una visita medica.

Altra cosa dai symptom checker sono i cosiddetti decisional support system o sistemi esperti applicati alla medicina. “Si tratta di sistemi destinati a personale medico che tengono conto di una serie di informazioni, che vanno molto oltre i sintomi – chiarisce ancora Santoro – . Questi strumenti si basano su dati dallaevidence based medicine, sulla letteratura scientifica e linee guida, su analisi di laboratorio, storie familiari eccetera. Tutto questo amplifica la capacità di diagnosi del clinico, supporta la sua decisione”. Riducendo quindi il rischio di errore nella diagnosi.  “Attualmente – conclude Santoro – ce ne sono di capaci di imparare dalla loro stessa esperienza, e qui siamo nel campo dell’Intelligenza artificiale.  Questi supporti, come  Ibm Watson cominciano ad essere utilizzati in centri di eccellenza a livello mondiale”. (fonte)

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